Confederazione Italiana Agricoltori di Arezzo. La nostra Serena Rossi, eletta Presidente provinciale delle Donne in Campo

Siamo davvero felici di comunicare che la nostra Serena Rossi è la nuova Presidente di Donne in Campo di Arezzo, l’associazione al femminile della Confederazione Italiana Agricoltori di questa nostra provincia dal 10 febbraio scorso. Lo siamo perché con Serena si è riconosciuto il valore di una brava professionista che ci dirige ormai da oltre un anno, oltre ad essere lo IAP aziendale, motivo per cui siamo in touch con l’associazionismo agrario. Ma soprattutto perché il mondo agricolo, in questo caso la CIA a cui S.A.G. è affiliata, ha deciso di investire su una figura che viene dalle attività selvicolturali. Un passaggio che per noi rappresenta un passo fondamentale per mettere a fuoco le tematiche del mondo forestale, che è sempre più centrale soprattutto nelle azioni di prevenzione del dissesto idrogeologico che affligge il nostro delicato territorio. Buon lavoro Serena!

Meno Rischio in Toscana – Nuove soluzioni contro alluvioni e frane. Anche la nostra cooperativa nel team della Regione.

Abbiamo ricevuto direttamente dal Presidente della Toscana Eugenio Giani e dell’Assessore all’Ambiente Monia Monni, l’attestazione “Meno Rischio in Toscana – Nuove soluzioni contro alluvioni e frane” che ci identifica come uno dei soggetti formati sul tema del rischio di frane e alluvioni assieme agli enti pubblici ed alcuni privati della nostra regione. Questo prezioso attestato è giunto dopo la partecipazione della nostra Presidente Serena Rossi, al corso che si è tenuto fra marzo e maggio di quest’anno, dove sono stati affrontati temi importanti per le problematiche del dissesto idrogeologico: per citarne alcune la progettazione delle opere idrauliche in relazione ai cambiamenti climatici, il rischio da collasso arginale, la suscettibilità al danno da alluvione e rischio di frana, la pianificazione urbanistica del territorio ed i cambiamenti climatici e, soprattutto perché ci riguarda da vicino, la manutenzione dei corsi d’acqua toscani in relazione ai cambiamenti climatici. Questo riconoscimento è per noi oltre un motivo di orgoglio, anche un elemento di grande responsabilità. Infatti l’attestato ci conferisce il diritto all’utilizzo del logo del percorso, senza limiti spaziali per il periodo di tempo di cinque anni, eventualmente rinnovabile, nonché il diritto ad una premialità regionale nell’ambito di finanziamenti da erogare. Sarà nostro dovere, anche per poter continuare a fregiarsi di tale logo, partecipare a eventuali ulteriori percorsi e/o aggiornamenti sul tema di Meno Rischio in Toscana, laddove venissero organizzati dalla Regione Toscana, oppure compiere specifiche azioni e/o prendere parte ad altre attività eventualmente indicate dalla Direzione Difesa del Suolo e Protezione Civile o di altri settore competente dell’Ente regionale. A disposizione di queste azioni, in nostro know-how, i nostri mezzi tecnologicamente avanzati e la nostra serietà e volontà a provare a rendere il nostro territorio un pò più sicuro.  

Bonifica del torrente Rovigo. Una straordinaria esperienza per l’Ambiente che impone una grande riflessione.

La nostra cooperativa è impegnata in questi giorni, in un grande progetto di recupero ambientale, purtroppo causato da un evento climatico eccezionale non preventivabile. Il 14 marzo scorso, le piogge incessanti hanno fatto franare un versante dei bellissimi boschi di faggio che si trovano lungo la S.P. 477 a Palazzuolo sul Senio, che ha sprigionato centinaia di tonnellate di rifiuti solidi urbani che se ne stavano sottoterra da oltre 50 anni, lungo l’alveo del torrente Rovigo per alcuni chilometri. La nostra cooperativa consocia di Legacoop, Agriambiente Mugello ci ha chiesto una collaborazione per intervenire nei tratti impervi di questa zona, dove il corso d’acqua aggredito da questo nefasto evento, scorre in mezzo ad una gola, con il nostro Ragno, unico mezzo in grado di muoversi per le asperità di questi percorsi fatti di massi e cascate. Non ci siamo tirati indietro e con una squadra che ha compreso anche personale di terra, è riuscita in due settimane lavorative ha confezionare un centinaio di big bag di rifiuti solidi urbani che sono stati trasportati via elicottero ad un imposto dove i mezzi di trasporto li hanno caricati e portati alla discarica di Case Passerini nell’hinterland di Firenze. Un intervento che si sta realizzando grazie all’intervento economico e progettuale del Consorzio di Bonifica 3 Medio Valdarno e la Regione Toscana che attraverso l’Assessorato all’Ambiente sta finanziando e supportando decisamente questo intervento in emergenza. Quello che si è azionato è un vero e proprio corto circuito fatto di esperienza e conoscenza del territorio, sapersi districare in ambienti angusti che la montagna offre, gli investimenti in innovazione tecnologica (il nostro ragno ha nei sistemi di oleodinamica solo liquidi biodegradabili pertanto è facilmente impiegabile nei torrenti e fiumi) e quella forza lavoro che con dignità si dedica a dare il meglio di sé. Questi lavoratori a mano, che Agriambiente Mugello ha contrattualizzato sono migranti del CAS di San Pellegrino di Firenzuola, dimostrano come l’integrazione è una soluzione vera ai bisogni del territorio. Però il contrasto a quest’emergenza ci impone una riflessione sul cambiamento climatico che impone un cambio di passo deciso, veloce. Chi parla di investimento nel Paese, non può prescindere dalla sicurezza da questi sconquassi ambientali. E parliamo di sconquassi perché quello che è accaduto a Palazzuolo sul Senio il 14 marzo, è stato tanto potente che ha scoperchiato una storia sotterrata oltre 50 anni fa. Dobbiamo far capire che un grande piano nazionale per la messa in sicurezza del territorio italiano, non è un favore che facciamo alle cooperative forestali. Sarebbe la vera assicurazione sulla vita dei cittadini contro le calamità, e non quella capziosa quanto pilatesca polizza obbligatoria da stipularsi entro la fine dell’anno per far risparmiare…. Chi? Dobbiamo passare dalla cultura dell’emergenza dei fenomeni naturali alla gestione programmata forestale e ambientale. Per farlo occorrono risorse economiche, certezza dei processi autorizzativi, uniformità interpretative delle leggi. Noi con il movimento cooperativo ci siamo: chi altri ci sta?

Come contrastare la diffusione dell’infestante poligono del Giappone sui corsi d’acqua

Attualmente i poligoni esotici non sono ancora inseriti a livello europeo nell’elenco delle specie esotiche invasive, le specie aliene del genere Reynoutria (Fallopia) rappresentano una delle minacce più concrete all’equilibrio degli ambienti ripariali e/o soggetti a forte disturbo antropico, comportando la totale scomparsa della flora nativa e la distruzione delle cenosi ripariali, difficoltà di fruizione da parte dei cittadini e rischio idraulico. Ciò che è generalmente definito come “poligono del Giappone” non è in verità una singola specie vegetale, ma un complesso di tre specie che possono incrociarsi tra loro (poligono del Giappone in senso stretto (Fallopia = Reynoutria japonica), il poligono gigante o di Sachalin (R. sachalinensis) e il loro ibrido poligono di “Boemia” (R × bohemica). In Toscana il più presente è l’ibrido. I poligoni sono piante erbacee perenni a portamento eretto facilmente riconoscibili per la loro notevole taglia, le grandi foglie dalla forma caratteristica triangolo-romboidali, i fusti simili a bambù (da cui il nome a volte usato di “falso bambù”) e i grappoli di piccoli fiori bianchi. I poligoni si possono propagare per seme, ma in maniera più frequente e quantitativamente molto più significativa per via vegetativa attraverso la frammentazione di fusti e rizomi. Possono vegetare in una varietà di condizioni di illuminazione, caratteristiche pedologiche, umidità e disturbo umano; essendo tendenzialmente eliofili sono diventati particolarmente problematici nelle aree in pieno sole lungo le rive e le pianure alluvionali di fiumi e torrenti. Sono specie dalla fortissima capacità invasiva, rischiando di causare ingenti danni ambientali ed economici; essi competono infatti in modo aggressivo per luce, acqua e sostanze nutritive e rilasciano composti dannosi per altre piante (allelopatia). Il forte potere competitivo e la conseguente eliminazione della componente vegetale spontanea lungo le rive dei fiumi rendono le infestazioni di poligono dannose anche per pesci, anfibi e altri abitanti dei corsi d’acqua minacciando seriamente questi fragili ecosistemi. Una volta identificata la presenza del Poligono non è di facile soluzione il problema di impedire l’ulteriore diffusione lungo le aste fluviali o il suo “muoversi” all’interno della rete in virtù del trasporto di frammenti (di rizomi e fusti) o di semi lungo la corrente, considerando anche che tale processo può essere favorito: 1. da eventi naturali come ad esempio piene, azione del vento, attività di fauna selvatica; 2. dalle attività umane. Per quanto riguarda il punto 1 è evidentemente estremamente difficile, se non impossibile, impedire il movimento di frammenti che si originano da popolamenti già presenti per cause meteoriche o altre cause naturali; considerando che il poligono vegeta di preferenza sulla sponda è estremamente facile che per fenomeni di erosione possano entrare nella corrente pezzi di rizoma o di fusto. L’unico approccio per limitare questa fonte di propagazione è limitare, ove possibile, l’estensione e/o il vigore delle popolazioni di poligono presenti al fine di limitare la quantità potenziale di propaguli. Per quanto riguarda il punto 2, in particolare per le operazioni di pulizia delle aree ripariali ai fini della sicurezza idraulica le operazioni di sfalcio, in presenza di poligono, dovrebbero essere condotte preferibilmente con decespugliatori, al fine di consentire un maggiore controllo delle operazioni e una minore immissione di frammenti di fusto nella corrente e soprattutto di evitare movimento del terreno e frantumazione dei rizomi e loro conseguente diffusione in nuove aree (ad esempio movimento via acqua) e l’aumento della superficie occupata e densità delle popolazioni già presenti; le parti aeree asportate devono essere preferibilmente asportate e successivamente incenerite. Tale operazione, proprio per le caratteristiche di propagazione dei Poligoni e da effettuarsi preferibilmente al termine della stagione vegetativa, che si evidenzia con la completa perdita del fogliame. La presenza dei Poligoni del Giappone è stata evidenziata lungo le sponde di diversi fiumi e torrenti, in particolare in Toscana, nelle aree del pistoiese e del Valdarno, sia lungo il reticolo idraulico principale che lungo quello secondario. Alcuni fiumi, come il Resco o il Faella in Valdarno risultano particolarmente infestati, mentre lungo l’asta principale del Fiume Arno, al momento, si segnalano solo sporadici cespugli.

L’insostenibile incertezza sulla valorizzazione di potature e abbattimenti in ambito urbano

Uno dei temi del settore che sta tenendo banco, ormai da troppo tempo, riguarda la gestione dei residui legnosi che arrivano dai lavori del verde in ambito urbano. Una situazione a dir poco kafkiana che è forse più ostaggio da logiche terze, rispetto a quello che potrebbe e dovrebbe essere fatto. Intanto la prima incertezza da sgomberare è quella che riguarda il lato interpretativo delle norme. I tagli di manutenzione delle alberature di parchi, viali ma anche strade, autostrade linee ferroviarie non hanno niente di diverso da quelli fatti effettivamente all’interno delle aree boscate. Si parte dal presupposto del concetto di sottoprodotto, perché il legname in questo caso è la risultanza di un processo che non lo vede protagonista, ma è la risultanza di un altro obiettivo. In pratica non si tratta di taglio di un bosco, ma della gestione del verde, pubblico o privato che sia. Il taglio di un bosco, diradamento o raso che sia, è o non è una manutenzione di una foresta? Le potature e/o gli abbattimenti di viale alberato con la messa a dimora di nuove piante è o non è un’operazione boschiva a tutti gli effetti in ambito urbano? Entrambi gli interventi, per essere realizzati devono avere un’autorizzazione di taglio o manutenzione che sia, rilasciata dagli enti deputati per legge (le unioni dei comuni montani per quelle nel bosco ed il municipio per quelle in ambito urbano), hanno un loro riscontro di provenienza puntuale, che siano particelle catastali o urbane la tecnica di taglio è la stessa. Allora c’è da chiedersi, perché la destinazione di questo legname deve avere un fine davvero così tanto diversa. Già: quella che arriva dal bosco ha molteplici impieghi, che vanno dalla legna da ardere ad uso domestico o industriale, a quella da opera fino all’estrazione del tannino o della cellulosa. Invece se viene da ambiti extra foresta, ad oggi, la destinazione sembra solo quella degli impianti di raffinamento e gestione dei rifiuti solidi urbani. Come è noto, le istituzioni si stanno muovendo, sotto l’azione degli operatori del settore, a partire dalle associazioni di categorie. Dopo un periodo di interregno dove cataste di legname sono rimaste in imposti urbani in attesa di capire come ci si debba comportare, è arrivato un primo passo importante: durante l’esame del Decreto-legge Ambiente, è arrivato un emendamento sottoscritto dai gruppi parlamentari di maggioranza e opposizione che punta a valorizzare nella filiera energetica, quei residui legnosi provenienti dalla manutenzione del verde. Un’azione che avrebbe contribuito a diminuire la quantità dei rifiuti da smaltire ed iniziare a promuovere questa biomassa nell’ottica dell’economia circolare delle fonti rinnovabili, così come quella proveniente dalle stesse lavorazioni in ambito agricolo e silvano. L’emendamento proposto chiariva infatti che i residui derivanti dalla manutenzione del verde sono da considerare sottoprodotti, nel rispetto dei requisiti dell’articolo 184-bis del Testo Unico Ambientale. Questa azione avrebbe promossonaturalmente i residui legnosi delle potature e abbattimenti, non la parte più vegetale che resterà comunque un rifiuto che può essere gestita anche da impianti di produzione di compost oppure, in caso di provenienza privata, può essere utilizzata la via dell’isola ecologica urbana. Invece è arrivato il parere contrario del Ministero dell’Ambiente e con esso anche la bocciatura dell’emendamento. Sarebbe un passo importante per dare dignità a quella biomassa che oggi è relegata al ruolo poco nobile di rifiuto ed invece si continuerà, per gli operatori economici, a vivere nell’incertezza interpretativa delle norme.